“L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” (Art. 11 della Costituzione Italiana)
Le vicende di cui siamo oggi spettatori e che profondamente ci toccano, svelano la nostra impreparazione e il nostro limite di giudizio. A turbare la nostra quotidianità, i recenti accadimenti di qualcosa di straordinario e, nel contempo, di qualcosa di tragico. Abbiamo gioito nel vedere i ceti colti, professionalizzati e giovani, del Nord Africa e del Medio Oriente dare corpo, connessione e senso ad una domanda popolare di democrazia, che dall’Egitto alla Tunisia, alla Libia, allo Iemen e alla Siria, si è manifestata con coraggio e tenacia. Abbiamo sentito questi giovani dar voce alle loro richieste attraverso l’uso intelligente delle nuove applicazioni digitali dai blog a Facebook, a Twitter. Dall’altro abbiamo, ancora una volta, assistito con sgomento e con paura crescente all’intervento militare delle forze Nato in Libia, anche se impegnate in una azione di “no-fly zone” volta a scongiurare la repressione violenta da parte del dittatore Gheddafi della richiesta popolare di libertà e di dignità delle persone. Anche l’Italia ha partecipato all’intervento militare voluto dall’Onu, definito “umanitario” ma che comunque ha creato morti e tragedie.
E qui si sono inevitalbilmente divise le posizioni: è giusto intervenire? E se è giusto, come e quando?
La Storia si ripete e, per noi, è un dovere stare dentro alla Storia ed assumere posizioni responsabili. E’ bene perciò ripartire dalla Costituzione Italiana ed analizzarne il dettato dell’art. 11, perché è lì che troviamo una dimostrazione illuminata dello spirito e della capacità dei nostri Padri costituenti di essere al contempo moderni e visionari.
Nella parola “ripudio” – che ha sostituito nel corso dei lavori in Assemblea costituente la parola “rifiuto” - vi è una radicale condanna morale e tutta la ripugnanza verso gli orrori della guerra e della violenza che ferirono profondamente la democrazia nel corso della seconda guerra mondiale. Dietro tale ripudio vi fu, da parte del costituente, un investimento di fiducia nelle risorse della politica, della diplomazia, del negoziato per una possibile composizione dei conflitti. Una fiducia nel dialogo, nella parola e nella ragione, in un contesto, che allora era di obiettiva sudditanza alle alleanze militari ma pur sempre rimanendo coscienti del pericolo che una nuova guerra sarebbe stata globale e determinata dalla minaccia atomica e dall’impiego di sofisticati strumenti di distruzione di massa.
Pur non escludendo in assoluto la guerra di difesa da un aggressore esterno, la formulazione della legge costituzionale esclude, ancora oggi, categoricamente la guerra di aggressione e di conquista. L’art. 11 testimonia in positivo una sorta di unilaterale rinuncia al mezzo bellico, come a dire che lo Stato costituzionale italiano, ieri come oggi, scommette su relazioni internazionali improntate alla concordia e alla pace.
La seconda parte dell’Articolo 11, che forma un tutt’uno con la prima parte ed anzi ne è coessenziale, fissa il cosiddetto “principio internazionalista”, cioè l’apertura dell’Italia alla comunità internazionale e alle sue istituzioni.
In questa maniera, la Costituzione afferma il conferimento alla comunità internazionale di quote della propria sovranità per perseguire quel bene comune universale più grande dell’interesse nazionale che è rappresentato dalla sicurezza, dalla giustizia e dalla pace.
Ne discende, anche giuridicamente, il dovere di coltivare e costruire la pace, di porre in primo piano il tema della giustizia internazionale; si prescrivono comportamenti positivi e si richiede un’opera costruttiva a favore della giustizia e della pace. Tra giustizia e pace infatti vi è una correlazione profonda, che l’Articolo 11 fa emergere e che il legislatore ha voluto fortemente tenere insieme.
Oggi nel 2011, la distanza temporale da quei tempi e l’affievolirsi della memoria di quei tragici avvenimenti, hanno diminuito in molti la consapevolezza che la guerra continua a rappresentare sempre e comunque un grande male. Con la conseguenza che si è attenuata nella coscienza collettiva, la forza del ripudio-condanna del dettato costituzionale.
Cosa è successo realmente? Abbiamo assisstito, specie dopo la fine della guerra fredda, ad un multilateralismo con nuovi attori a contendersi mercati economici, esercitare il controllo geopolitico delle risorse attraverso l’azione militare diretta, come in Iraq o in Cecenia, o attraverso il sostegno a contendenti locali, , come accadde nell’ex Jugoslavia e rais e capi tribù come accade in Africa, basti pensare al Darfur, al Sudan o alla Nigeria, alla Libia.
L’affermarsi, attraverso le Nazioni Unite. di un governo partecipato delle controversie e dei conflitti mondiali, non ci ha preservati dal dover fare i conti con il peso reale degli attori in campo e con l’evoluzione delle relazioni tra loro, al di là della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. In campo sono rimaste senza risposte le domande: Sono tollerabili le dittature? E’ davvero possibile esportare la democrazia? Occorre farlo con le armi?
Ciò non deve significare, necessariamente e pregiudizialmente, la contrarietà all’intervento della comunità internazionale per fermare, là dove e quando si presentano, genocidi e atti di pulizia etnica. Rimane però fonte di indignazione quando gli interventi restano limitati lì dove interessi geopolitici ed economici e di real politik lo consentono. Anche qui occorre non allontanarsi mai da una compiuta lettura-interpretazione dell’art. 11 e, anzi, è bene che qualcuno si intesti l’apertura di una franca e serrata discussione nel Paese sul “bene difesa”.
Perché di fronte alla possibile repressione violenta della richiesta popolare di libertà di espressione, di partecipazione alla cosa pubblica, di dignità violata delle persone, il problema non è se intervenire o meno ma come e quando intervenire.
«Esistono interessi che trascendono gli Stati: sono gli interessi della persona umana, i suoi diritti. [...] I principi della sovranità degli Stati e della non-ingerenza nei loro affari interni - che conservano tutto il loro valore - non possono tuttavia costituire un paravento dietro il quale si possa torturare e assassinare» (Giovanni Paolo II°-L'Osservatore Romano, 17 gennaio 1993, 7).
Ma per realizzare davvero la Pace e risolvere i conflitti è evidente che devono diventare indirizzi politici necessari ed auspicabili, per una efficace azione della comunità internazionale, una diversa gestione delle risorse, il superamento dei modelli autoritari tribali a base etnica e religiosa, una efficace cooperazione internazionale.
E’ questo il compito affidato alla politica con la P maiuscola, che deve sapersi nutrire di visione e di progetti di largo respiro. Ciò comporta, laddove necessario e per quanto riguarda le garanzie di ordine pubblico, l’esercizio di una azione di interposizione militare. Ma senza le politiche di riequilibrio economico e di partecipazione democratica l’interposizione arriva a sospendere la degenerazione ma non risolve le questioni.
Ci vuole la Politica affinchè i conflitti e le tensioni arrivino davvero a “risoluzione” e non semplicemente a “congelare lo status quo”. Una politica di cui, purtroppo, oggi non si vede traccia per cui tocca a noi coltivare una visione e assumere una cultura politica di questo tipo. Senza Politica non si risolvono i problemi comuni. Il Nuovo soggetto è chiamato, allora, ad operare dentro i luoghi della politica e dentro la società.
E’ questo il compito che ci affidiamo!
Ma non è secondaria la pressione che, attraverso l’opinione pubblica, si può svolgere a proposito del commercio delle armi. Si dà il caso che l’Italia occupi un posto di rilievo nel commercio internazionale delle armi, passando nell’ultimo quinquennio ad un incremento di più del 200% nell’area dei Paesi europei. Va inoltre ricordato che il Governo Italiano autorizza l’esportazione di armi in paesi nei quali è controverso il rispetto dei diritti umani e vi è una attenzione allo sviluppo umano decisamente medio basso. Parliamo di paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’India e il Pakistan, la Turchia.
Per concludere: questi i possibili temi da sviluppare.
1.Il rifiuto della logica delle armi e del riarmo. Dire armi significa dire produzione, commercio, partecipazione finanziaria, guerra, sopruso contro le popolazioni povere, controllo sociale nei paesi a democrazia fragile, corsa al riarmo, bambini soldato, ferite, morte. A un soggetto politico come il nostro, ecologista, civico e umanista, è chiesto di disapprovare la fabbricazione incontrollata delle armi, di non giustificarne l’uso indiscriminato. E’ chiesto di far riflettere quanti operano in questo settore produttivo, economico, finanziario invitandoli ad una “conversione” che si espliciti in precise scelte e gesti verso nuovi prodotti, di vita e non di morte, e nuovi rapporti di mercato.
2. La scelta della nonviolenza come linguaggio, progetto sociale e politico, testimonianza di vita quotidiana. Dovrà essere una sfida, da vincere, il fatto che tra la gente trova accoglienza acritica la giustificazione della guerra e della violenza, della legittima difesa armata e della ingerenza umanitaria con gli eserciti. Affinchè sia altrettanto presente l’attenzione per la difesa popolare nonviolenta, la passione per la verità e i concreti gesti di solidarietà e condivisione che danno prospettive a un mondo nuovo e possibile.
3.La riconciliazione come stile e impegno. Non più comunità sempre più divise, incapaci di dialogo, accusatorie, “l’un contro l’altra armata”. Scegliere la Pace significa fare ogni sforzo per riuscire a essere presenza di riconciliazione, facilitatori di incontro, generatori di dialogo, tessitori di perdono.
4.Un rapporto etico con il denaro. Con troppa facilità gestiamo le nostre economie senza criterio. Abbiamo soldi e banche che sostengono il commercio di armi, investiamo in fondi di cui bene non conosciamo l’utilizzo. Non è più tollerabile che un terzo della popolazione e degli stati del mondo continui a consumare i tre quarti delle risorse disponibili. Se non vogliamo che questa contraddizione venga risolta alla luce di una contesa militare, occorre avviare un nuovo modello sociale ed economico che “governi” la gestione delle risorse all’insegna di maggior equilibrio e sobrietà; occorre mettere in atto un’azione politica capace di dare gli indirizzi al riequilibrio ambientale, economico, sociale e dei diritti.
5.Coraggio nelle sfide: la sfida della speranza contro la disperazione, la sfida della povertà contro la dissipazione, la sfida della nonviolenza contro la vendetta, la sfida della giustizia contro l’elemosina, la sfida della partecipazione contro la pigrizia del disimpegno civile, la sfida della comunità contro l’egoismo, la sfida del disarmo contro la guerra, la sfida dell’abitare contro la sopravvivenza, la sfida dell’accoglienza contro la paura, la sfida della conversione contro la rigidità, la sfida della vita contro la morte.
6. Affidare all’Europa una responsabilità decisiva sulle questioni dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo e sulla natura della loro evoluzione politica. L’Europa deve sentire come sue gli avvenimenti che si stanno susseguendo sulle sponde sud del Mediterraneo come lo sono state quelle dei paesi europei dell’ex blocco sovietico. L’Europa, partendo dalle tragedie della seconda guerra mondiale, quando ha superato le sue dittature e le affermazioni razziste portate fino allo sterminio, ha saputo basare le relazioni economiche tra le nazioni su basi comuni e ha fatto dell’inclusione, su basi democratiche e non religiose, la sua forza, dapprima come mercato unico e poi come fondamenta costitutive della Nazione Europea, sancite nei trattati in vigore.
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